09 dicembre 2011
LOS ANGELES - Quando Molto forte, incredibilmente vicino uscì nel 1995, il libro di Jonathan Safran Foer divenne subito un best-seller, commuovendo e facendo passare
nottate insonni a milioni di lettori. È stato uno dei primi libri a toccare il delicato soggetto dell’11 settembre e del dolore delle famiglie delle vittime. E lo ha
fatto attraverso gli occhi di un bambino affetto da una forma di autismo e rimasto orfano che non riesce ad accettare il vuoto lasciato dal padre, che aveva sempre
giocosamente alimentato la sua fervida immaginazione e col quale conduceva elaborate cacce al tesoro che lo aiutavano a confrontarsi con le sue paure. Ma poi il papà
muore nel rogo delle Torri. A un anno da quel giorno tragico Oskar scopre una chiave che, si mette in testa, lo aiuterà a trovare una ragione a questo evento
inspiegabile, al senso di impotenza e al dolore. Tutto è ora un film diretto da Stephen Daldry. La parte del ragazzino è stata affidata a un debuttante, Thomas Horn.
Il papà è Tom Hanks, mentre la mamma è Sandra Bullock.
Sandra, dove era la mattina di quell’11 settembre?
Ero a New York, anzi ero in una casa dove avevo le Torri Gemelle di fronte e ho visto con i miei occhi i corpi di quelli che si buttavano giù. È stato un giorno che
ancora adesso, a dieci anni di distanza, non posso dimenticare. Ma ricordo anche delle cose positive e commoventi: è stato un giorno in cui molti di noi hanno dato
amore e conforto a perfetti sconosciuti. Ci ripenso e continuo a sperare che nel nostro mondo la gentilezza e la speranza prevalgano sulla crudeltà.
Si sente al sicuro?
Non puoi essere ingenua, le minacce ci sono sempre state e altre ce ne saranno. Resto guardinga, ma non voglio bloccare la mia porta e vivere nella paura. La vita
è troppo breve.
«Molto forte, incredibilmente vicino» ha come tema il dolore di fronte alla morte. Il suo personaggio lo affronta prendendo una distanza emotiva, lei?
Ognuno affronta la sofferenza a modo suo. Io penso che il dolore per la perdita di qualcuno sia una buona cosa nel senso che se non provi quel dolore vuol dire che
non hai amato. Nell’era Internet siamo abituati a fare tutto di corsa e subito, ma il dolore ha bisogno di tempo. Ancora adesso piango la mia mamma, ma poi questa
condizione diventa piano piano la normalità.
La mamma del film prende le distanze anche dal bambino.
Ma io non sono solo una mamma, sono una donna la cui vita è stata messa sottosopra di fronte agli occhi dell’intera nazione. Nella vita reale sono un po’ di tutto.
Sono buona, sono cattiva, a volte anche distante, spesso vedo tratti di mia mamma che riaffiorano in me. Cambio, ma quello che non cambia è il mio desiderio che Louis
cresca sentendosi sicuro e indipendente.
Quanto è difficile essere una mamma single?
È importante mantenere senso dello humour, sapere distinguere tra ciò che è importante e ciò che non lo è, avere un gruppo di amici che quando è necessario ti
riportano alla realtà. A volte vado in palestra e anche un buon bicchiere di rosso può sempre aiutare.
Suo figlio parla tedesco come lei?
Sì, dice molti nein.
In questo film ha lavorato al fianco di Tom Hanks.
Adoro Tom, ha reso il mio lavoro più facile.
E nel frattempo ha finito un film con George Clooney, «Gravity».
George è una persona splendida. Lo conosco da prima di E.R. ed è lo stesso George di 20 anni fa. Siamo stati diretti da Alfonso Cuaron, che è un visionario e che ha
saputo creare degli effetti speciali non solo visivi ma emotivi.
Siete due astronauti: le piacerebbe esplorare altri pianeti?
«Ma io ho un po’ di paura di volare, e non ho desiderio di lasciare questo pianeta. Mi basta andare da un continente all’altro.
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